Ravenna 21/06/2024

Amore e Psiche

Amore e Psiche

Navigavo nel mare ondoso

mentre mi baciavi intensamente

scivolando le mani e il mio abito

giù dai miei fianchi. Già

suggevi le zinnie in fiore

e i petali cadevano uno

a uno sino a restare io, spoglia.

Relitto, salma, pelle e bottino

abbandonata tra le tue braccia,

affondando e annegando con te

 

Paola Tassinari alias Teoderica

Ok? Se non vuoi andare Ko

Può una rondine
Vivere in gabbia?
Non credo.
Eppure con la tua
tenacia lo hai fatto.
Chiusa col corpo
ma con gli occhi
e la tua anima
sempre innamorata
di qualcosa e di qualcuno.
E ora?
Abituata solo al sogno,
cosa vuoi, cosa chiedi, che pretendi, statti zitta che è sera, smettila di sognare, stai nella tua gabbia e smettila col tuo stupido gioco
di lanciare
sguardi luccicanti
coi tuoi occhi,
ormai
tanto stanchi.
E smettila una buona volta.
Su fai la brava,
arrenditi.
Hai perso,
tu perdi sempre,
lo sai.
Dammi retta,
stai ritta
e sparisci
Ok?
Se non vuoi andare
Ko
Paola Tassinari alias Teoderica

 

Incipit del mio ultimo romanzo ( titolo provvisorio “Il Volo del Gruccione”

Stava pedalando alacremente pigiando con la punta dei piedi, calzati da infradito decorati con margherite nere, sui pedali della sua bici mezzo scassata, a Ravenna era meglio avere un mezzo sgangherato così si correva meno il rischio che lo rubassero, lungo la stradina che congiungeva la pista ciclabile di Punta Marina con quella di Marina di Ravenna. Era una bella giornata, un po’ afosa in realtà, di fine agosto, ma andando in bicicletta si sentiva sempre un po’ d’aria e lei aveva un abitino nero molto leggero, molto scollato, molto corto, i capelli scuri raccolti in due codini che le incorniciavano il volto abbronzato spruzzato di efelidi e un cappello color crema vaniglia a larghe tese, sul cestino davanti alla bici la borsa di paglia con l’interno foderato di stoffa a quadretti Vichy, un tessuto di origine francese che prende il nome dall’omonima città, le cui estremità svolazzavano allegramente. Pedalava felice sentendosi carina quasi come Brigitte Bardot, in effetti i codini, il cappello e il quadretto Vichy, erano tre oggetti identificativi dell’incantevole Bardot, che pure si sposò, con Jacques Charrier, suo secondo marito, con un abito a quadretti Vichy bianchi e rosa.

Pedalava felice e cosciente del presente, dei fiori campestri, dei campi arati di fresco, dei profumi intensi delle foglie di fico, delle anatre e delle gallinelle d’acqua che zampettavano dentro il canale di acqua che scorreva lungo la via.

Pedalava felice, attenta che non sopraggiungessero le solite grosse nutrie, ve ne erano quattro o cinque, che stazionavano nella stessa posizione da anni; se le vedeva all’improvviso si spaventava, trovava orribile la loro grossa e lunga coda di topo, se invece stava in guardia osservava solo il loro muso baffuto e così le trovava pure carine.

La storia delle nutrie è uno di quei casi della vita che sono talmente assurdi che fanno pensare che l’uomo sia proprio scemo. Questi poveri animali che con quella codaccia sembrano dei topi giganti, sono stati assai bistrattati.

La nutria è originaria del Sud e del Centro America, ma fu introdotta in Italia e in altri paesi europei per l’utilizzo in pellicceria; in Italia apparve, per la prima volta in Piemonte, all’inizio degli anni Venti, poi sempre più massicciamente con l’aumento della richiesta voluttuaria. Erano più o meno gli anni Settanta quando scoppiò il boom delle pellicce, e il boom di improvvisati allevatori di nutrie, divenuti piccoli imprenditori come loro secondo lavoro.

La pelliccia rappresentò fin dai tempi lontani il potere e lo status aristocratico, poi avvolse le spalle delle dive del cinema e delle donne ricche e di classe, ma negli anni Settanta le pellicce arrivarono sulle spalle di tutti, anche gli uomini giravano con la pelliccia, non solo all’interno dei cappotti ma anche esternamente, sembrando quasi dei gorilla. Tutti volevano almeno una pelliccetta e così per i poveri vi era quella di lapin, cioè di coniglio o quella di castorino che nessuno sapeva di che animale fosse, si pensava al castoro invece era la povera nutria che era stata deportata in massa dall’America del Sud. Capitò poi la svolta animalista e i conseguenti falò delle pellicce, pertanto divenne assolutamente fuori moda indossare pelli di animali, così gli improvvisati allevatori di pellicce, non avendo più richiesta, liberarono le nutrie in natura sperando che non essendo animali del posto si estinguessero; invece la capacità di adattamento delle nutrie fu tale che colonizzarono diversi ambienti naturali.

Purtroppo la nutria diventò ben presto un animale dannoso, a causa della sua voracità che minacciava, oltre alla fauna acquatica, anche colture di barbabietole da zucchero, mais, patate e altro, inoltre scavava buche determinando il crollo degli argini dei fiumi.

Ecco che così per il povero animale fu legalizzato lo sterminio e l’abbattimento, poi revocato.

Intanto si muovevano due fronti popolari, chi proponeva il consumo alimentare della nutria giudicata simile alla carne del coniglio e chi all’opposto era disposto ad offrire 50 euro per ogni nutria consegnata viva per poterla tenere nei suoi terreni. In mezzo a queste stramberie, finalmente oggi, dei progetti di controllo sulle colonie delle nutrie tramite la sterilizzazione… ci voleva tanto per pensare questa cosa?

Paola Tassinari alias Teoderica

L’Acacia

Se metti un rametto

diventa invadente

penetra e s’alza

in ogni terreno

eppure è di nobile stirpe

il suo nome è egizio

allude al sacro fuoco

che porta alla luce

lussureggiante veste

una cascata di fiori

bianchi leggeri carnosi

stordenti d’intenso profumo

pure una foglia non è una sola

ma su un rametto stanno unite

a due a due come sposi di maggio

ma a maggio non ci si sposa

non ci si sposa

per fuggevole amore

anche se t’adorni d’acacia

e canti la maggiolata

e ricordi l’infiorata del mese

di maggio magica magia

che sfuma

non rimane altro

che il voltarsi

all’improvviso

odorando un effluvio

guardando di sguincio

l’incantevole verde profuso

di bianco innocente

Paola Tassinari alias Teoderica

 

NATA PIENA D’AMORE

smog 2NATA PIENA D’AMORE

Nata piena d’amore

sono una civetta

sono una farfalla

sono un pozzo profondo

sono acqua leggera

sono una falena

il cui destino è bruciarsi

eppure non tradisco mai

e se amo è per sempre

chi mi ha tradito

chi mi ha lasciato

chi non mi vuole

nata piena d’amore

in una notte stellata

di un agosto afoso

sono la cicala

che canta

tutto il suo dolore

che nasconde

e non farà mai vedere

Paola Tassinari alias Teoderica

MADRE DI DIO (prima parte)

madre di dio photogramio 2 Il mio blog “Immagini di chimere”, tratta appunto di favole, chimere e sogni. Amo le religioni, tutte, ma sono cresciuta con quella cattolica, quindi sono di fede cristiano/cattolica, che amo e non cambierei con nessuna, pur rispettando tutte le altre. Amante della mitologia, del passato, dell’antropologia, e soprattutto delle favole, mi sono avvicinata alla religione con lo stesso approccio che ho riservato alle favole e al mito, in quanto ciò che si racconta nella Bibbia, nei Vangeli, anche in quelli apocrifi, sembra un’assurdità. Eppure si sà che nelle favole c’è la verità trasportata in metafora e che il mito pure racconta il passato con la poesia, quindi anche nella religione c’è Verità per quanto assurda possa apparire. Per dimostrarlo farò una serie di post che riguarderanno i titoli dati alla Vergine. Per ipotizzare e credere in questa figura che in molti deridono in quanto non può avere partorito rimanendo vergine.Inizio col titolo, Madre di Dio, e non posso non pensare alle parole di Dante: Vergine Madre figlia del tuo figlio… cosa vuol dire? E’ tra le parole più belle che si trovano nel Paradiso della  Divina Commedia. Siamo tutti figli di Dio.  Cristo, è figlio di Dio, è fatto della stessa sostanza del Padre ( generato e non creato, si dice nel Credo durante la Messa) dunque anch’egli è Dio, ed è nostro Padre. Maria è, nel contempo: Vergine perché non ha “conosciuto uomo”. Madre, perché ha generato un figlio, e in senso esteso  è la Madre di tutti noi. Figlia del tuo figlio, perché ha generato proprio il Dio, Padre di tutti.

immagine: Elaborazione al computer della raffigurazione della statua della Fede che si treva alla Chiesa della Gran Madre di Dio a Torino… Senza titolo

 già pubblicato su http://www.rossoazzurra.it/

C’è chi nasce per comandare e chi nasce per obbedire

hitlerQuesto proverbio non mi piace per niente, ma proprio niente, niente, anche se può far riflettere. Da dove nasce l’idea subdola che qualcuno sia più idoneo di un altro ad obbedire o a comandare? L’idea dell’obbedienza e del comandare/potere nasce da molto lontano. Per gli antropologi la costituzione di una società inizia con un atto di violenza diretta a chi mantiene l’ordine sociale… sarai re per sei mesi o un anno poi il tuo sangue sarà versato su di noi beneficamente. Quindi il re avrà obbedienza ma sarà anche il maggior obbediente col sacrificio della sua vita. Non so se ai nostri capi di oggi proponessimo come liquidazione al loro potere questo piatto, lo accettassero volentieri, forse la poltrona non piacerebbe più. Questo proverbio, che non condivido, perché è sul piano verticale ed io soffro di vertigini, forse è nato come strumento per le masse per togliere la loro libertà individuale, perché siano docili pecore… ma con quale diritto si appropriano della nostra vita? Non era chi comanda che deve privarsi di tutto? Vi allego due brevi frasi, una da un obbediente e l’altra da un comandante.

“…e gli uomini furono felici di essere condotti di nuovo come un
gregge e che il loro cuore era stato infine alleggerito di un dono
così terribile (della libertà) che aveva causato loro tanti
tormenti”.  (Dostoievsky)

“Le masse non sanno cosa farsi della libertà e, dovendone portare il peso, si sentono come abbandonate. Esse non si avvedono di essere terrorizzate spiritualmente e private della libertà e ammirano solo la forza, la brutalità e i suoi scopi, disposti a sottomettersi. Capiscono a fatica e lentamente, mentre dimenticano con facilità. Pertanto la propaganda efficace deve limitarsi a poche parole d’ordine martellate ininterrottamente finché entrino in quelle teste e vi si fissano saldamente. Si è parlato bene quando anche il meno recettivo ha capito e ha imparato”

Thank you very much… ma la morte livella tutto.