L’Agave o le spine del sale

Sei pianta che muore

nel momento del fiore

generosa di reti e di corde

di sedie e panieri

di sale e tequila

Hai lunghe e carnose foglie

Succulenti e di nobili forme

Adorne di lance e sarisse acuminate

Raggruppate in falange macedone

Che incutono timore

di sale e tequila

ricordano il mito

di Agave e le compagne

l’ubriachezza e la smemoratezza

la lussuria e la follia

di Agave e l’insana follia

di chi zuppo di troppo vino

resta solo con le spine del sale

 

Paola Tassinari alias Teoderica

 

L’Agrifoglio

Certo sei bello e vistoso

Così verde con le palle rosse

Sembri un albero di Natale

Dicono che porti fortuna

Che tieni lontano il truce maligno

Eppure il tuo nome

Richiama l’agro e l’acre

Forse per via dei tuoi pungiglioni

O forse per la leggenda

Del re agrifoglio

Che stanco chiude

Gli occhi alla vita

Nel freddo solstizio d’inverno

 

Paola Tassinari alias Teoderica

 

L’arancio

L’arancio

Lungo il viale del giardino

profumato degli aranci

al parco del Savello

stanno le arance

e le melarance

Insieme al melangolo

e le portugale

Dolcezza e asprezza

Come quegli amori

Che nascono belli e infiniti

E finiscono dimenticati

Come quasi che

dal Savello fossero scesi

improvvisamente

al piano della verità

Paola Tassinari alias Teoderica

 

 

Incipit del mio ultimo romanzo ( titolo provvisorio “Il Volo del Gruccione”

Stava pedalando alacremente pigiando con la punta dei piedi, calzati da infradito decorati con margherite nere, sui pedali della sua bici mezzo scassata, a Ravenna era meglio avere un mezzo sgangherato così si correva meno il rischio che lo rubassero, lungo la stradina che congiungeva la pista ciclabile di Punta Marina con quella di Marina di Ravenna. Era una bella giornata, un po’ afosa in realtà, di fine agosto, ma andando in bicicletta si sentiva sempre un po’ d’aria e lei aveva un abitino nero molto leggero, molto scollato, molto corto, i capelli scuri raccolti in due codini che le incorniciavano il volto abbronzato spruzzato di efelidi e un cappello color crema vaniglia a larghe tese, sul cestino davanti alla bici la borsa di paglia con l’interno foderato di stoffa a quadretti Vichy, un tessuto di origine francese che prende il nome dall’omonima città, le cui estremità svolazzavano allegramente. Pedalava felice sentendosi carina quasi come Brigitte Bardot, in effetti i codini, il cappello e il quadretto Vichy, erano tre oggetti identificativi dell’incantevole Bardot, che pure si sposò, con Jacques Charrier, suo secondo marito, con un abito a quadretti Vichy bianchi e rosa.

Pedalava felice e cosciente del presente, dei fiori campestri, dei campi arati di fresco, dei profumi intensi delle foglie di fico, delle anatre e delle gallinelle d’acqua che zampettavano dentro il canale di acqua che scorreva lungo la via.

Pedalava felice, attenta che non sopraggiungessero le solite grosse nutrie, ve ne erano quattro o cinque, che stazionavano nella stessa posizione da anni; se le vedeva all’improvviso si spaventava, trovava orribile la loro grossa e lunga coda di topo, se invece stava in guardia osservava solo il loro muso baffuto e così le trovava pure carine.

La storia delle nutrie è uno di quei casi della vita che sono talmente assurdi che fanno pensare che l’uomo sia proprio scemo. Questi poveri animali che con quella codaccia sembrano dei topi giganti, sono stati assai bistrattati.

La nutria è originaria del Sud e del Centro America, ma fu introdotta in Italia e in altri paesi europei per l’utilizzo in pellicceria; in Italia apparve, per la prima volta in Piemonte, all’inizio degli anni Venti, poi sempre più massicciamente con l’aumento della richiesta voluttuaria. Erano più o meno gli anni Settanta quando scoppiò il boom delle pellicce, e il boom di improvvisati allevatori di nutrie, divenuti piccoli imprenditori come loro secondo lavoro.

La pelliccia rappresentò fin dai tempi lontani il potere e lo status aristocratico, poi avvolse le spalle delle dive del cinema e delle donne ricche e di classe, ma negli anni Settanta le pellicce arrivarono sulle spalle di tutti, anche gli uomini giravano con la pelliccia, non solo all’interno dei cappotti ma anche esternamente, sembrando quasi dei gorilla. Tutti volevano almeno una pelliccetta e così per i poveri vi era quella di lapin, cioè di coniglio o quella di castorino che nessuno sapeva di che animale fosse, si pensava al castoro invece era la povera nutria che era stata deportata in massa dall’America del Sud. Capitò poi la svolta animalista e i conseguenti falò delle pellicce, pertanto divenne assolutamente fuori moda indossare pelli di animali, così gli improvvisati allevatori di pellicce, non avendo più richiesta, liberarono le nutrie in natura sperando che non essendo animali del posto si estinguessero; invece la capacità di adattamento delle nutrie fu tale che colonizzarono diversi ambienti naturali.

Purtroppo la nutria diventò ben presto un animale dannoso, a causa della sua voracità che minacciava, oltre alla fauna acquatica, anche colture di barbabietole da zucchero, mais, patate e altro, inoltre scavava buche determinando il crollo degli argini dei fiumi.

Ecco che così per il povero animale fu legalizzato lo sterminio e l’abbattimento, poi revocato.

Intanto si muovevano due fronti popolari, chi proponeva il consumo alimentare della nutria giudicata simile alla carne del coniglio e chi all’opposto era disposto ad offrire 50 euro per ogni nutria consegnata viva per poterla tenere nei suoi terreni. In mezzo a queste stramberie, finalmente oggi, dei progetti di controllo sulle colonie delle nutrie tramite la sterilizzazione… ci voleva tanto per pensare questa cosa?

Paola Tassinari alias Teoderica

Troppo acqua fa peggio che poca

Troppo acqua fa peggio che poca

 

Piccola, eri piccola così

come il tuo umile nome

non sapevi dire di no

madre e padre padroni

ti avevano arresa alla vita

rassegnata a tutto e a tutti

inscatolata in un barattolo

non ti era permesso sbagliare

il tuo amore era la Messa

dove cantavi e t’incantavi

all’arte ai violini all’organo

e a Te bello e impossibile

illuminato d’oro e d’azzurro

ferito tradito e ucciso

la prima volta li hai visti

arrivare su un Volkswagen T2

sono scesi con chitarre

capelli lunghi tizianeschi

ma forse solo zingareschi

vestiti di fiori musica

baci balli pace e amore

come Paola sei folgorata

li hai amati e desiderati

ma non li hai seguiti in toto

forse i lacci dei genitori

ma credo fosse la mia Fede in Te

che mi cullava nella prigione

e mi frenava nella libertà

ora i fiori sono appassiti

troppa acqua fa peggio che poca

e non rimane altro che l’amare

i Santi i peccatori gli ignavi

i borghesi o gli anarchici

i neri i rossi i gialli e tutti i colori

non sbaragliando ma con ordine

scegliendo il grano dal loglio

come da sempre ha fatto la Chiesa

 

Sto in compagnia

A volte penso che la vita mi sia stata matrigna

Ma mi dicono che ognuno ha quel che si merita

E forse ho desiderato e preteso troppo

Madre moglie amante

Ho scontentato tutti

Presa dal folle fuoco

Che arde solo in chi ama

Senza rete e senza ma

Così non ho più nulla

L’amante non c’è più

Il figlio ai confini del mondo

Il marito ama un’altra donna

Senza amore senza famiglia

Sola? No, non lo sono

Sto in compagnia

della mia triste malattia

nata di maggio mese dei pazzi

lei non mi lascerà mai

se non quando sarò vento o polvere

Paola Tassinari alias Teoderica

 

Cantai

Cantai

Si narra…

così come è in cielo

così sarà in terra

allor quando

le anime Giuste in cielo

saranno la maggioranza

allor quando anche in terra

prevarrà la giustizia

tu ora aiuterai la schiera di Ulpiano

cantai così per la tua anima antica

in un giorno caldo di luglio

 

Paola Tassinari alias Teoderica

 

La Venere del Faggio

La Venere del Faggio

Sei come la Venere di Savignano

Opulenta florida sorridente

Leggiadra, robusta atleta

Tu sai, io so, come lo sanno

gli altri come noi

Che esiste il grasso buono

Quello delle castagnine del Faggio

Albero il cui nome significa

Io mangio, in ricordo di chi

Nella faggeta di Buchenwald

Mentre la Natura donava

L’uomo affamava… e ora paga

Perché magro è diventato bello

 

Paola Tassinari alias Teoderica

 

 Evil il malvagio

 Evil il malvagio

Nella foresta del sacro Faggio

L’albero che dà il cibo

Per il corpo e per l’anima

Dagli antichi piantato

In onore dei propri morti

Nel calendario del verde magico

Non ha mese, nessun Dio o mito

Perché è il libro di chi era prima di noi

E lo sarà anche per chi dopo di noi

Lo dicono gli antichi Celti

Così Buchenwal significava Faggio

ma anche  libro della foresta

Che mai tu hai fatto oh uomo

Già te lo aveva fatto vedere Munch

Quello che avresti combinato

Col tuo crederti un Dio

Ma tu non hai ascoltato il grido

Hai lordato le foglie del Faggio

Gettando lo sterco del Diavolo

Sulle pagine verde speranza

Lo hai soffocato alla gola

Risvegliando il Superno malvagio

Con la polvere che dal tuo tecnico camino

Gettavi incosciente e scellerato su te stesso

Chi, chi potrà mai perdonarti?

 

Paola Tassinari alias Teoderica

 

Cosa sono non lo so

Cosa sono non lo so

No non lo so

cosa sono non lo so

la nebbia mi avvolge

vorrei che fosse amore

e non questo schifo

che respiro con dolore

cammino tra le bare

piene di morti innocenti

che vorrei rubare

schiacciare e spaccare

mentre non so fare altro

che avere un oscuro tarlo

e non parlo ma muta latro

No non lo so

cosa sono non lo so

cammino tra le bare

che vorrei coprire d’erba

quella cavallina o cipollina

e poi fuggire lontano

galoppando e piangendo

 

Paola Tassinari alias Teoderica