Anselmo il pollo romagnolo

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Ora voi mi direte che cosa ha di diverso il pollo romagnolo dagli altri polli, ed io forse farò fatica a spiegarmi, per questo vi racconterò la storia di Anselmo.

Anselmo era un pollo che era nato nel prato e non nel pollaio, per questo lui amava la libertà, lo stare nel pollaio era per lui come essere in prigione.

Quando la contadina spargeva il becchime, lui non andava a mangiare, preferiva procurarsi teneri vermiciattoli da solo, certo era un po’ più magro degli altri polli, ma aveva notato che i polli più grassi scomparivano per entrare dentro la casa della contadina, per poi non più tornare.

Anselmo, non andava a dormire nel pollaio, preferiva passare la notte all’addiaccio, ma vuoi mettere la bellezza di osservare le stelle e la luna?

Anselmo passava certe notti bellissime a chiedersi il perché le stelle fossero così predisposte, certo non erano messe a caso.

Lo faceva pensare anche il fatto che la contadina lo rincorreva, facendosi aiutare dal figlio, perché da sola non ce la faceva, in quanto Anselmo era molto agile, poi quando riusciva ad acchiapparlo esclamava:

“Questo pollo è tutto penne ed ossa, non è buono per la pentola e neanche per il tegame.”

Anselmo non capiva ciò, in tutti i casi lui cercava di mangiare il meno possibile e di restare magro, mentre gli altri polli si ingozzavano.

Ma Anselmo, si innamorò di una bella pollastra e per amore suo, lasciò le sue idee, che la pollastra disse che erano bislacche.

Per stare con lei lasciò il suo bel ramo ed entrò nel pollaio.

Si mise poi a mangiare il becchime perché così magro non piaceva alla sua amata.

Finì che diventò bello e grasso, tanto lento che la contadina felice lo acchiappò in un battibaleno.

Anselmo capì cosa era la pentola e cosa il tegame e poco prima di finirci dentro si chiedeva:

“Avrò fatto bene a seguire l’amore o facevo meglio a tenermi la libertà?”

Intanto la bella pollastra si era già trovata un nuovo fidanzato.

 

 

 

 

 

Il pesce Ago

pesce Ago

Nell’acqua del mare ci sono i cavallucci marini e i pesci  ago, loro parenti stretti; vi voglio raccontare la loro storia.

Nell’acqua del mare ci sono i pesci e tante altre belle cose, ed anche montagne e vulcani, un mondo sommerso che  un tempo tanto lontano stava in superficie.

Poi ci furono tanti sconvolgimenti, glaciazioni, inondazioni, terremoti e la Terra a poco a poco, lentamente lentamente, si trasformò così come è ora.

E a poco a poco, lentamente lentamente, la Terra si sta ancora trasformando perché è una cosa meravigliosamente viva.

L’uomo a volte la disprezza ma è un dato di fatto che la Terra è quasi eterna mentre l’uomo vive solo un attimo.

Comunque vi volevo raccontare dei cavalli che vivevano liberi e selvaggi, ma poi furono avvisati che sarebbe arrivata una grande inondazione, dovuta allo scioglimento dei ghiacci, là proprio dove vivevano loro.

I cavalli decisero, una parte di spostarsi lontano, ed intrapresero così un lungo viaggio, verso terre inesplorate.

Un’altra parte di cavalli preferì rimanere, non lasciare i propri luoghi, e di adattarsi ai cambiamenti.

Così fu che oggi vedete i cavalli sulla terraferma, che sono simili a quelli di migliaia di anni fa.

Poi vedete i cavallucci marini, molto rari da trovare, che sono la trasformazione che hanno subito adattandosi al loro territorio.

Infine ci sono i pesci ago, l’altra trasformazione dei cavalli, i quali sono meno affascinanti dei cavallucci marini, ma hanno ancora la particolarità di apparire a riva per giocare con i bimbi divertendosi a sgusciare dalle loro mani con velocità e quasi nitrendo col loro musetto allungato.

Un tempo di questi pesci ago ce n’erano tanti, ma l’incuria dell’uomo per l’ambiente in cui vive, ha causato la loro scomparsa.

Però, sembra che vogliano ritornare.

 

 

Fantasia

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Dovete sapere che quando si nasce si è un po’ come tutti gli animali…incoscienti

Poi un’anima, lassù nel cielo, decide di tornare sulla  Terra, perché sapete ci si stanca di stare nello stesso posto, e si sceglie un bambino o una bambina di circa due anni per entrare nel suo cuore e dargli la coscienza.

Fantasia, era un’anima molto amata nel cielo, e fu per questo che quando Fantasia decise che era ora di tornare laggiù, tutte le altre anime le dissero di stare molto attenta alla scelta del bambino o della bambina.

La ammonirono, resta qua, sulla Terra la fantasia non è apprezzata.

Fantasia scrutando dal cielo, con la vista stratosferica che si ha lassù, si invaghì di una bambina che abitava in campagna e che osservava coi suoi occhi ogni cosa con meraviglia.

“Con lei starò molto bene” si disse Fantasia.

Un volo ed entrò in lei.

La bambina fu una dolce sorpresa, accolse la fantasia come suo tratto distintivo.

Ma con orrore Fantasia si accorse che la bambina abitava con genitori e sorelle, non dico cattivi, ma con caratteri assai lontani dal mondo della fantasia, qui in questa famiglia non esistevano favole, libri, sorrisi e baci, non ci si stupiva neanche di un fiore o di un  insetto, per loro il mare era acqua e il cielo era aria.

Che avrebbe fatto questa bambina con la fantasia dentro di lei?

Non sarebbe stata apprezzata, né amata.

Ma l’amore di Fantasia l’avrebbe sempre sostenuta e le avrebbe donato stelle celesti e stelle marine in tutti i suoi pensieri.

 

 

 

 

 

Nerina la cagnolina nera

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Nerina era una cagnolina nera, dal portamento elegante, camminava come se avesse le scarpe coi tacchi.

Era affettuosa, una vera signora, anzi ci sono delle signore peggio di lei.

Quando mangiava lo faceva con grazia, sembrava che usasse coltello e forchetta.

Viveva in campagna, in un bel giardino, il padrone le voleva bene, le faceva fare i voli in alto e poi la stendeva sull’erba calda dal sole e gli grattava la pancia.

Il figlio del padrone, era un suo amico, insieme cantavano e quando lui suonava il flauto dolce, soffiando non dalla bocca ma dal naso, Nerina lo accompagnava coi suoi ululati.

“Poi c’era la moglie del padrone, con lei ci capivamo con lo sguardo, a volte era tanto triste e io le davo sollievo con le mie leccate, e lei allora sorrideva.

Ho avuto poi un sacco di pretendenti, non solo cani bastardi, anche di razza.

Volevo stare libera, ma poi mi ha conquistato un volpino dal pelo bianco, era talmente innamorato di me che mi sono impietosita.

Non so se era amore, ma vederlo andare su e giù, lungo i bordi del mio giardino, aveva fatto un solco profondo tutto attorno dove pestava con le sue zampe, e il vederlo smagrire sempre di più, mi sciolsero il cuore e lo accettai come fidanzato.

Il matrimonio fra cani non usa, ma fummo una buona coppia, ogni tanto lo dovevo strigliare perché era un po’ intemperante ma Pierino, così si chiamava, fu un buon padre per i miei cuccioli.

Ora i miei cuccioli sono con altre famiglie, stanno bene, il mio padrone ha scelto con cura le famiglie.

Uno dei cuccioli, una femmina, il cui nome è Baghera perché è nera come la notte senza luna, è rimasta con me perché era un po’ malaticcia, ma ora con le dovute cure è diventata un fior fiore di cagnolina.

Pierino è partito prima di me, mi sta aspettando in Paradiso, fra poco lo raggiungerò.

In Paradiso anch’io, perché per gli animali non esiste Inferno o Purgatorio, questi ultimi due sono solo per gli uomini”

 

 

 

Il ragno Boccadirosa

Boccadirosa

 

Un ragno di nome Boccadirosa, aveva questo perché era un ragno femmina a cui piaceva darsi il rossetto.

Era un bellissimo esemplare di ragno e per di più era il più bravo a tessere la tela.

Ma invece di essere contento delle doti che aveva ed essere generoso con chi ne aveva meno, soleva dire agli altri:

“Io sono il più bello, io sono il più bravo, nessuno può competere con me.”

Poi sprezzante scuoteva le zampe e proseguiva:

“Non sapete fare nulla, puah; ma cosa state a fare al mondo!”

Inutile dirvi, che gli altri ragni suoi vicini, soffrivano e si sentivano inadeguati, erano talmente soggiogati da non capire che Boccadirosa era prima di tutto un gran cattivone.

Gli altri ragni vedevano la bellezza della sua tela, la perfezione della trama e gli perdonavano tutto.

Ma un ragno piccolino, nato da poco, non poteva sopportare tanta arroganza, perciò gli fece uno scherzo un po’ cattivello.

Gli fece credere che in tv era in corso uno show in cui venivano premiati i più bravi, potevano partecipare tutti.

Boccadirosa, era talmente piena di sé che credette di poter gareggiare al programma, anche se tutti sanno che possono partecipare solo gli umani.

Boccadirosa si mise in viaggio, ed arrivò agli studi televisivi.

Qui fu subito schiacciato, fu fortunato morì all’istante, senza dolore.

E infine occorre dire che i piedi da cui fu schiacciato erano di una famosa presentatrice, non due piedi qualunque, Boccadirosa sarà sicuramente stata felice di questo.

 

 

 

Il topo Diavolito

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Il topo Diavolito, era chiamato così perché aveva i baffi a forma di 6, e tutti sanno che il numero 666 è il numero della bestia, è il numero del diavolo.

In realtà era buono come un angelo.

Veniva dalla campagna ed era arrivato in un appartamento in città, per seguire la sorellina, che si era innamorata di un topo di città.

Aveva seguito la sorella per assicurarsi che avesse una  vita tranquilla, perché sia lei che il fidanzato erano poco scaltri, e a questo mondo senza un pizzico di furbizia non si ottiene nulla.

A Diavolito non piaceva essere furbo, intelligente sì, ma furbo no.

L’uomo invece, aveva deciso di fare il furbo, e così Diavolito per non soccombere aveva dovuto adattarsi.

Si sa che quando si va in guerra bisogna andare ad armi pari.

Diavolito stava nella sua tana, un piccolo pertugio, dotato di ogni confort.

Doveva uscire solo per racimolare qualcosa da mangiare  ed era dura, molto dura.

Già con la fame in corpo non si ragiona, poi potevi imbatterti in una trappola infernale, che ti allettava col formaggio, tu entravi attratto dall’odore delizioso e zac…rimanevi imprigionato.

Ma ancora peggio, potevi rimanere incollato e tirare come un disperato le zampine per scollarle, qualche topo grosso ce la faceva a scappare, ma io che sono piccolino se becco la colla sono finito.

Poi c’era la padrona di casa, una volta aveva visto Diavolito, si era messa ad urlare, era salita sulla sedia, non credevo di fare tanta paura, gli umani sono ben strani.

C’erano anche due gatti, che pena mi facevano, io rischiavo, ma avevo tanti interessi, vivevo la vita che mi era stata data, ma quei due Cip e Ciop erano come statue, praticamente non vivevano.

Devono la loro fortuna a me, per colpa mia furono scacciati da casa, ma conobbero la libertà.

Io, per conto mio spero di morire nel mio letto in pace.  Diavolito vi saluta tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

Cip e Ciop due gatti sornioni

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Cip e Ciop erano due gatti sornioni, anche un poco paciocconi.

 

Si erano  intestarditi di acchiappare e poi mangiarsi il topo Diavolito.

Pensavano, in quanto gatti, ed essere in due, di prendersela con comodo e di riuscire ugualmente nella loro impresa.

Non  facevano altro che mangiare crocchette in scatola e poi dormivano su un cuscino di raso.

Erano talmente pigri da non uscire mai neanche nel piccolo giardino.

La loro padrona gli faceva anche le unghie con la lima, e gli puliva il pelo con salviette umidificate, quelle che si usano per i bambini, così loro potevano risparmiarsi di fare la toeletta.

Mangiavano e dormivano e basta.

Diavolito, usciva dal suo nascondiglio, quando gli pareva, passava veloce sotto al naso di Cip e Ciop, loro neanche si accorgevano di nulla.

Ma un giorno Diavolito fu visto dalla padrona dei gatti, la quale urlando, salì sulla sedia, coi capelli dritti sulla testa.

La padrona si arrabbiò tantissimo, ma mica con Diavolito, se la prese con Cip e Ciop, due fannulloni incapaci, li prese per la collottola e li scacciò.

Non si sa la fine che fecero i due gatti, c’è chi dice che si adattarono alla vita randagia e chi dice che morirono di stenti.

I due poveri gatti non avevano capito che è meglio essere autosufficienti che deficienti.

 

Il gatto nero

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Tanto tempo fa, diciamo tremila anni fa, i mici erano trattati come grandi re.

Grazie a loro, il grano si salvava dall’assedio dei topi e le persone potevano avere così il pane da mangiare.

Ma poi nel Medioevo, chissà poi perché, l’uomo s’inventò che il gatto nero era una strega.

E pure che poteva essere l’incarnazione di un diavolo.

Non c’era fine alla cattiveria dei pregiudizi e i poveri gatti neri venivano bruciati sul rogo.

Per loro nessun monumento per ricordare il loro sterminio.

Anche se i gatti non si preoccupano di queste cose.

Ai giorni nostri, c’è ancora qualcuno che tiene in tasca un po’ di sale grosso contro le streghe.

Il sale grosso fa sì che le streghe si incollino là dove c’è il sale, così poi possono essere catturate.

E c’è ancora qualcuno che quando un gatto nero gli attraversa la strada, fa marcia indietro e non prosegue  in avanti.

Ma questo è un bene, almeno il gatto nero è sicuro di non essere investito.

Certo che l’uomo è strano, mica il gatto nero, prima ti eleva alle stelle poi ti sotterra, e noi gatti dobbiamo subire la sua ignoranza e cattiveria.

Il piccione bipolare

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Questa del piccione è una strana storia, è diventato bipolare.

Ha smarrito la sua identità.

Il piccione gira per le città, piace ai bambini che gli danno le briciole di pane, lo fotografano, gli dicono: ”Guarda che bel piccione, lo voglio, mamma, lo voglio.”

Ai matrimoni è considerato di buon auspicio, perché è un uccello caro a Venere dea dell’amore, inoltre il maschio ama con tenerezza la sua compagna per tutta la vita.

Si dice infatti “tubare come piccioni” quando ci si bacia molto.

E’ un uccello che è accanto all’uomo sin dagli inizi della storia, è intelligente e pare che riconosca i volti delle persone, e se si specchia si identifica.

E’ un viaggiatore, ha portato messaggi in ogni dove, aiutando l’uomo.

Però c’è chi lo odia molto, lo caccia col fucile e poi lo mette in pentola.

C’è chi dice che il suo guano, cioè i suoi escrementi, portino malattie e per questo lo vuole sterminare.

Così il povero piccione non sa più chi è.

A volte si sente buono e amorevole.

Altre volte si sente cattivo e pestifero.

A volte è felice.

A volte è triste.